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17/04/16

"E se un giorno il vento...", A. Baccelliere, C. Gobbo, Edizioni Arka, 2016

e se un giorno il vento
TRAMA: Ci sono popoli al mondo in guerra fra loro. Ma cosa significa e come si vive in tempo di guerra? 
A spiegarlo sono gli stessi bambini che si trovano, loro malgrado, a sperimentare questa orribile circostanza.
Gli aerei sganciano le bombe sulle abitazioni mentre una bambina dall'aria triste racconta di aver perso famiglia, casa e molti dei suoi amici.
Un bambino è seduto sul pavimento di una scuola rasa al suolo. L'orsetto che stringe fra le braccia suggerisce il suo bisogno di trovare conforto. 
Pagina dopo pagina scorriamo le vite di quei bambini ai quali la guerra ha negato il sorriso e la spensieratezza della fanciullezza.
Bambini cresciuti troppo in fretta perché in tempo di guerra non c'è tempo per loro.


Non c'è tempo per pensare, per avere paura, per ricevere spiegazioni dagli adulti, per ridere, per giocare e nemmeno per sognare.
I grandi gli hanno insegnano ad odiare il nemico. Ma chi è il nemico e come lo riconosco? Chiede la voce narrante di un bambino al padre. 
Il nemico è come te, ha due braccia, due occhi, due gambe. Per riconoscerlo guarda com'è fatto il suo cappello.
Quindi, vorrebbe suggerire il bambino al suo papà, per mettere fine alla guerra serve un forte vento. 
I bambini non perdono la speranza che un giorno quel vento farà volare via tutti i cappelli.





- "Maestra cos'è la guerra?"
- "Mamma che cos'è la guerra?"
- "Papà cosa vuol dire che c'è la guerra?"
...
Arriva il momento, presto o tardi, in cui i bambini pongono questa domanda agli adulti.
Il solo pensiero che potrebbero trovarsi al posto di quei bimbi che vivono gli orrori della guerra, provoca in noi una forte stretta allo stomaco.
"La guerra è una cosa brutta", tagliano corto i grandi.
Ma i bambini cercano risposte più profonde, soprattutto davanti a ciò che riesce a turbarli.

E se un giorno il vento...  è un discorso sulla guerra che si propone di spiegarla ai bambini tramite i racconti di vita dei loro pari, meno fortunati.

La lettura scuote le emozioni dei piccoli che restano pensierosi davanti all'onestà delle immagini. Colpiti dallo sguardo triste e vuoto dei protagonisti, dalla confusione dei paesaggi e dalla dominanza dei grigi, del rosso e del nero, intuiscono che da qualche parte nel mondo c'è qualcosa che non funziona come dovrebbe.
In alcune tavole la guerra è rappresentata da uno scarabocchio sopra la vita, le cose e le persone. Insomma niente di meglio per spiegare ai bambini che la guerra non è altro che un grosso pasticcio!


e se un giorno il vento


Le illustrazioni di Chiara Gobbo accompagnano e arricchiscono il testo, benché questo potrebbe avere vita indipendente in quanto si presta ad essere recitato come una poesia sulla guerra.
Anna Baccelliere, insegnante e autrice di numerosi racconti per l'infanzia, descrive il dramma della guerra immaginando lo stato d'animo dei bambini che si trovano a crescere in questa circostanza. La narrazione dei loro vissuti si sviluppa a partire da ciò che non hanno, che hanno perso o che è loro negato a causa della guerra.
L'accento è messo sul contrasto tra la serenità di un'infanzia felice e l'angoscia di chi è costretto a crescere troppo velocemente e brutalmente.
In guerra l'infanzia smette di essere un diritto da difendere e tutelare; diventa un privilegio e una speranza.


E se un giorno il vento


Nella struttura del testo incontriamo un sorprendente gioco di parole che pone alcune pause al flusso dei racconti dei bambini.

Non c'è tempo in tempo di guerra per pensare (...)
Non c'è tempo in tempo di guerra per i perché dei bambini (...)
Non c'è tempo in tempo di guerra per sognare (...) 
Non c'è tempo in tempo di guerra per essere bambini (...)

In tempo di guerra esiste solo l'odio verso il nemico e il come riconoscerlo resta l'unica domanda concessa a questi bambini.
A questo punto mi torna alla mente un pezzo di qualche anno fa del cantautore Daniele Silvestri che rifletteva proprio sul relativismo dell'alterità e della diversità (Il mio nemico mi somiglia / è come me / lui ama la famiglia / e per questo piglia più di ciò che da).

Il cappello diventa la metafora dell'identità di un popolo e resta l'unica motivazione usata dai grandi per giustificare la guerra.
I bambini propongono una soluzione apparentemente ingenua ma dal significato sottile. Se è la diversità dei cappelli a renderci nemici, allora c'è bisogno di un forte vento capace di farli volare via dalle nostre teste.
La speranza dei bambini è il lieto epilogo di questo racconto.


E. L.


Photo Credits: Arka Ed.














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