“Troppo elefante”, D. Movarelli, V. Ruffato, La Spiga Ed., 2018

TRAMA: Chi non ha mai avuto a che fare con un amico un po’… ingombrante?
Leo vuole molto bene al suo elefante, l’unico amico che ha. Quando si trasferiscono in città ogni cosa per loro diventa piuttosto complicata.
Nulla nella metropoli è a misura di elefante, nessuno in effetti ne ha mai visto uno.
L’amico di Leo è dunque troppo ingombrante per viaggiare sui mezzi pubblici, troppo vivace per andare a scuola, troppo goloso per mangiare al ristorante, troppo pesante per fare un giro sulle giostre, troppo maldestro per entrare in un negozio, troppo chiassoso per ascoltare un concerto, troppo goffo per nuotare in piscina e persino troppo impacciato per un innocuo corso di uncinetto. Insomma, l’amico di Leo è davvero “troppo elefante” per tutto!

Dopo un lungo giro i due arrivano alla spiaggia dove iniziano a giocare e a tuffarsi in acqua. In quel luogo nessuno ha motivo di mandarli via: la grandezza dell’elefante non è nulla rispetto a quella del mare.

Una cosa è certa: gli elefanti abbondano nei racconti per l’infanzia. Ne ho incontrati parecchi durante le letture, tutti idonei a ricoprire ruoli significativi. Intuisco che, nonostante la mole, l’amato pachiderma s’intrufoli leggiadro tra le pagine dei libri.

Un nuovo elefante è finito nel racconto di Daniele Movarelli, a questo l’illustratrice Veronica Ruffato dona un aspetto fanciullesco e da tenero buontempone.

Fin dalla prima lettura Troppo elefante sembra alludere un significato più elevato rispetto a quello letterale e immediato. L’elefante rappresenterebbe la diversità in molte possibili varianti. Il racconto è un viaggio dove il diverso incappa in strutture sociali impreparate ad accogliere le sue prorompenti caratteristiche (psico-fisiche). Queste strutture ci provano a farlo partecipare, c’è la mettono tutta, cercano di “sopportarlo”. Ma giungono tutte al medesimo epilogo: il rifiuto e l’esclusione.

Leo, il bambino protagonista, è l’amico che non abbandona il diverso, nonostante per lui diventa pressoché impossibile frequentare un’ordinaria società. Continua a percorrere la città, luogo dopo luogo, sicuro di riuscire a trovare un posto in grado di accogliere l’amico speciale.

 

Troppo elefante si rivela essere una storia sull’amicizia, sull’inclusione e sulla libertà di poter essere se stessi.

Ho ripensato alle parole dello psicomotricista Giuseppe Nicolodi che nel libro Il disagio educativo al nido e alla scuola dell’infanzia scriveva:

Paradossalmente, se il bambino non andasse al nido o alla scuola dell’infanzia non rivelerebbe il suo problema. In un certo senso è allora l’istituzione educativa che “crea”, o meglio che “rivela” il disagio del bambino che ora diventa appunto disagio scolastico.

Allora sarebbe fantastico se ognuno di noi potesse essere un po’ “troppo elefante” in totale libertà.

Un’ultima menzione per concludere: la collana “Lilliput” della casa editrice ELI ha ricevuto il Premio Andersen nel 2017 come Miglior collana di narrativa.

 

Photo Credits: ELI-La Spiga

 

 

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