Il libro TOP per la festa della mamma

“Mamma”, Hélène Delforge, Quentin Gréban, Terre di Mezzo 2018.

Mamma. Quanta vita in una sola parola, quanti significati in un suono detto due volte. Ecco ciò che si legge nel dizionario: “Dispensatrice di protezione o di richiami affettivi prepotenti, ancestrali; spesso con sfumature amare o ironiche”. Una spiegazione che appare come una piccola goccia in quel mare che è la mamma.
Se potessi dire la mia, aggiungerei quest’altra definizione sotto quella data dal vocabolario: vedere il libro di Hélène Delforge e Quentin Gréban.

Ahia che libro. È davvero complicato leggerlo una seconda volta se non si sono smaltite bene le emozioni del primo incontro. Potrei definirla una lettura da brivido lungo la schiena. «Questo album dal grande formato è un vero tributo alla maternità in tutte le sue forme», cita un articolo su Lectures et Rêveries pour Tout-petits (31 marzo 2020). Uno dei motivi per cui ho voluto presentarlo in occasione dell’imminente festa della mamma. Il libro ripercorre i vissuti più intensi della maternità, quelli che appaiono diversi eppure così simili o ricorrenti, tanto da farci immedesimare facilmente nelle espressioni e negli sguardi dei soggetti raccontati.

Tutto ha inizio con una nuova nascita. Un piccolo bambino si prepara a vivere la prima esperienza di ogni cosa, sotto la protezione della sua mamma: «Ci sarà il tuo primo passo, il tuo primo libro, il tuo primo disegno». Primo è anche un albo della giornalista e scrittrice belga Hélène Delforge pubblicato in Italia. Proprio questo. L’autrice racconta l’essenza della maternità con una disarmante capacità di coglierne il realismo, pur rimanendo nella delicatezza del dialogo poetico.

Come un reportage che vuole indagare e documentare la realtà, l’emozionante racconto scorre accanto alle illustrazioni del pluripremiato artista Quentin Gréban (premio Saint-Exupéry per “Les contes de l’Alphabet“, 2000), decantato fra i migliori acquerellisti del momento. Si può ammirare l’attento studio delle luci nelle sue tavole, così realistiche da essere vicine allo scatto fotografico.

«Se d’improvviso non avesse iniziato a piovere… Se non gli avessi offerto un angolino del mio ombrello… Se non mi avesse cinto la vita con il braccio… Se le sue labbra non fossero state così dolci… Tu non saresti qui, piccolo battito d’ali di farfalla». La vita non è che un susseguirsi di azioni che si sommano l’una con l’altra fino a costruire strade e percorsi unici e irripetibili. Così, nel suo scorrere, si diventa madri. Situazioni che nemmeno ti aspetti, l’innamoramento, le emozioni, l’esistenza che corre veloce. Questo brano del racconto potrebbe essere il punto di partenza di “Innamorati“, il secondo capolavoro del duo Delforge-Gréban, dedicato alle relazioni sentimentali (Terre di Mezzo 2020).

«Non fate in tempo a partorire che vi tolgono il bambino. Se ne occupa una balia. È lei che lo coccola, lo consola, lo educa, vede i suoi primi sorrisi e guida i suoi primi passi. Voi siete la signora. Gli fate visita, una volta al mese». La maternità percorre epoche e culture diverse. Nonostante sia uno dei rapporti più arcaici mai esistiti, è continuamente messo in discussione dalle società, dalle opinioni e dai costumi:

“Signora, potrebbe coprirsi? È fuori luogo!”
“Non c’è nulla di più bello di una mamma con il suo bambino.”
“Lo allatti ancora?”
“Il papà non è stufo che ti stia sempre attaccato al seno?

Scorrendo le pagine dell’albo, incontriamo le mamme lavoratrici, le mamme che devono staccarsi presto dai loro bambini e le mamme che, con abiti neri, salutano prematuramente il loro figlio. Poi incontriamo quelle che si trovano da sole, senza il padre, a allevare i propri figli e quelle che non vorrebbero dimenticarsi di essere anche donne oltre che madri. Il racconto diventa ancora più toccante quando pone al vaglio il tempo che passa (troppo velocemente), i ricordi, i figli che crescono e diventano quasi degli estranei, lontani da quella stretta relazione che caratterizzava il periodo dell’infanzia. Intenso e poetico è il pezzo sul “grembo abitato” e sulla malinconia di ciò che ne resta nel momento in cui non lo è più. Poi, questo splendido passaggio sulla vecchiaia, periodo che non vorremmo ma che è parte del nostro esistere: «Tu sei all’inizio, io quasi alla fine. Tu hai tutto fra le mani, io mi sciolgo fra le tue dita. Ti passo il testimone».

Mi capita spesso di ascoltare nei dialoghi fra bambini di due anni circa una sorta di disputa che mi fa sempre sorridere. C’è un primo bambino che dice: – “È mia la mamma.” Un secondo che risponde: – “No! È mia la mamma.” Quindi, il primo ribatte: – “No, invece è mia!“. Un botta e risposta che ha tutta l’aria di essere interminabile se l’adulto non intervenisse dicendo (in genere) una frase come questa: – “Ognuno ha la SUA di mamma.” Ed è proprio così, dunque, ciascuno ha la sua mamma, unica e irripetibile. Eppure è anche un po’ come la percepiscono i bambini quando imperano sul possesso della mamma, quasi fosse un’entità universale.

Photo Credits: Terre di Mezzo

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