“Un altro giro di giostra” è il libro di cui avevo bisogno

Un viaggio nell’ultimo libro di Tiziano Terzani.

“Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo.”, Tiziano Terzani, Longanesi 2006.


Queste cinquecentosettantasei pagine le porto con me da febbraio o giù di lì, poi, finalmente la pausa estiva. Sotto il sole ligure ho raggiunto la cinquecentosettaseiesima facciata e le cinque parole del finale – “un altro giro di giostra” – con le quali Terzani termina il cerchio delle argomentazioni così come la aveva iniziate nel titolo.
Non ho sempre molto tempo da dedicare alla lettura di libri che trattano argomenti diversi dal mio ambito lavorativo oppure, quando ne ho un po’, spesso a mancarmi sono le energie. Quindi portavo in borsa “Un altro giro di giostra” (Longanesi, 2006) per leggerlo in treno, in metro o al lavoro, durante il momento della nanna pomeridiana dei bambini al nido. Tutto sommato resta un libro da assaporare con lentezza, per questo è stato un bene, per me, non averlo terminato troppo in fretta. Terzani è un gran maestro nell’indurre il lettore al dialogo con se stesso.

In spiaggia, il libro si è riempito di sabbia e di orecchie. C’è una piega all’angolo di ogni pagina in cui trovavo uno di quei passaggi che ti fanno fermare, riflettere e dire “wow”. Se, come suggerisce il giornalista, niente mai ci succede per caso, la lettura dei suoi pensieri non poteva capitarmi in un momento più azzeccato. In quest’ultimo anno ho sentito crescere il bisogno di esercitare il mio pensiero divergente, di realizzare il fatto che quella quotidianità che accettiamo come inevitabile, non è forse poi l’unica strada possibile al nostro esistere. Anche di questo Terzani è grande maestro.

“La soluzione è dentro di noi, si tratta di conquistarla facendo ordine, buttando via tutto ciò che è inutile e arrivando al nocciolo di chi siamo. Più che assaltare le cittadelle del potere, si tratta ormai di fare una lunga resistenza. Bisogna resistere alle tentazioni del benessere, alla felicità impacchettata; bisogna rinunciare a volere solo ciò che fa piacere. Bisogna non abbandonare la ragione per darsi alla follia, ma bisogna capire che la ragione ha i suoi limiti, che la scienza salva, ma anche uccide e che l’uomo non farà alcun vero progresso finché non avrà rinunciato alla violenza. Non a parole, nelle costituzioni e nelle leggi che poi ignora, ma nel profondo del suo cuore.
La strada da percorrere è ovvia: dobbiamo vivere più naturalmente, desiderare di meno, amare di più e anche i malanni come il mio diminuiranno. Invece che cercare le medicine per le malattie cerchiamo di vivere in maniera che le malattie non insorgano.”

Ecco gli argomenti del libro, in breve. Le pagine di “Un altro giro di giostra” conducono nell’itinerario che Tiziano Terzani intraprese dopo aver saputo della sua malattia: “Si sa, capita a tanta gente, ma non si pensa mai che potrebbe capitare a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento. Così, quando capitò a me, ero impreparato come tutti e in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun altro. (…) Innanzitutto dovevo scegliere dove curarmi e in particolare come curarmi. Chemioterapia, radioterapia, chirurgia con tutte le loro – si dice – devastanti conseguenze non sono più le sole alternative.” Lo scrittore decise di avvalersi della chirurgia e delle terapie occidentali, in una clinica newyorkese. Dopo essere stato operato e aver terminato il ciclo di terapie previste, iniziò a compiere quelli che saranno gli ultimi viaggi della sua vita: New York, India, Thailandia, Cina, Filippine fino alla ricercata solitudine dell’Himalaya e la ritrovata pace con se stesso.

“C’era qualcos’altro lassù che col passare del tempo divenne per me sempre più importante: il silenzio. È un’esperienza a cui non siamo più abituati. Lassù faceva da sottofondo a tutte le esperienze.
C’erano vari silenzi e ognuno aveva le sue qualità. Di giorno il silenzio era la somma del cinguettare degli uccelli, del gridare degli animali, del soffiare del vento su cui non compariva mai un suono che non venisse dalla natura: non il rumore di un motore, né quello prodotto da un uomo. Di notte il silenzio era un unico sordo rimbombo che usciva dalle viscere della terra, attraversava i muri, entrava dappertutto. Il silenzio lassù era un suono. Un simbolo dell’armonia dei contrari a cui aspiravo? I miei orecchi, mi accorgevo, non sentivano assolutamente nulla, ma quel rimbombo era fuori e dentro la mia testa. La voce di Dio? La musica delle sfere? Stando in ascolto, anch’io cercavo di definirlo e immaginavo solo un enorme perché che cantava sul fondo del mare.
Meraviglioso, il silenzio! Eppure noi moderni, forse perché lo identifichiamo con la morte, lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura. Abbiamo perso l’abitudine a stare zitti, a stare soli. Se abbiamo un problema, se ci sentiamo prendere dallo sgomento, preferiamo correre a frastornarci con un qualche rumore, a mischiarci a una folla anziché metterci da una parte, in silenzio, a riflettere. Uno sbaglio, perché il silenzio è l’esperienza originaria dell’uomo. Senza silenzio non c’è parola. Non c’è musica. Senza silenzio non si sente. Solo nel silenzio è possibile tornare in sintonia con noi stessi, ritrovare il legame fra il nostro corpo e tutto-quel-che-ci-sta-dietro.

Immagine tratta da “Viaggi e Cammini”

Alle soglie dei sessant’anni, Terzani viaggiò alla ricerca delle risposte alle tante nuove domande, più intime, che quell’improvvisa fase della sua vita fece nascere. Più affine al metodo antropologico-filosofico che a quello giornalistico, lo scrittore approfondisce la concezione della scienza, dell’arte medica, del rapporto con la malattia e con il malato, presenti in maniera diversa nelle culture orientali e in quelle occidentali, “La scienza non è «inutile» come dicevano alcuni e tanto meno è «il nemico numero uno dell’umanità» come sostenevano altri. La scienza è un importante strumento della conoscenza. L’errore è ritenere che sia il solo. Se l’Occidente fosse meno ossessionato da ciò che crede essere «obiettivo» e studiasse il mondo esterno più come l’Oriente ha studiato quello interiore, cioè come punto di incontro fra obiettivo e soggettivo, forse finiremmo tutti per capire di più di tutto”. Un dibattito, quindi, che va da un capo all’altro del mondo, nel quale Terzani riporta le tradizioni, le credenze, gli aneddoti e gli antichi saperi, ma anche le infinite contraddizioni della vita umana. Oriente e Occidente sembrano sfiorarsi e allontanarsi di continuo, entrambe, con le loro verità e le loro menzogne, compiono una sorta di evoluzione e involuzione continua. La concretezza e l’efficienza dell’Occidente si mostrano incapaci di colmare il vuoto lasciato dalla perdita di una tradizione spirituale, quella che serve a rendere più accettabile anche la fine della vita, dunque il rapporto con la morte, e a donare un senso più profondo all’esistenza.

“È l’Occidente, il mio mondo? Nella spinta laica e iconoclasta verso un’idea tutta materiale di libertà individuale, abbiamo combattuto una lunga tradizione, abbiamo ridicolizzato ogni credo, eliminato ogni rituale, togliendo con questo il mistero, cioè la poesia, dalla nostra esistenza.
Si nasce, si vive e si muore ormai senza che una cerimonia, senza che un rito marchi più le tappe del nostro essere al mondo. L’arrivo di un figlio non comporta alcun atto di riflessione, solo la denuncia all’anagrafe. Le giovani coppie ormai convivono, non si sposano più e il solo rito a cui partecipano è quello del trasloco. Non marcano quell’inizio di una nuova vita neppure cambiandosi la camicia. E mancando la cerimonia-iniziazione, manca la presa di coscienza del passaggio; mancando il contatto simbolico col sacro, manca l’impegno. Spesso la comunione che ne nasce è solo quella del sesso e della bolletta del telefono. La morte stessa è vissuta ormai senza la consapevolezza e le consolazioni del rito. Il cadavere non viene più vegliato e il commiato, quando c’è, non è più gestito da sacerdoti o stregoni ma da esperti in pubbliche relazioni.

Dopo l’operazione chirurgica all’intestino, Terzani riflette sulla percezione di sé come unità e come qualcosa che va oltre la sola e tangibile presenza di un corpo, “Indubbiamente c’era in questo approccio distaccato dal paziente e dalle sue reazioni qualcosa di estremamente positivo e di efficiente, ma il fatto che io venissi sempre più trattato come un insieme di pezzi, e mai come una unità, mi lasciava sottilmente insoddisfatto. Mi domandai se la scienza alla quale mi ero affidato non fosse in fondo cieca come lo sono in una vecchia storia indiana i cinque protagonisti cui viene chiesto di descrivere un elefante.” 

Una storia, questa riportata da Terzani, che mi è rimasta impressa nel suo significato simbolico. Vi ho riletto un altro tipo di relativismo, quello dimenticato dal pensiero e dalle opinioni della gente che è convinta di conoscere la verità assoluta. In questi ultimi due anni è drasticamente cresciuta la chiusura verso il dialogo, verso il dibattito sincero e verso ogni considerazione del pensiero divergente. Non di rado è successo, ahimè, anche nelle scuole, riducendo di molto, a mio avviso, la qualità dell’insegnamento e degli aspetti educativi.

Claudio, mio figlio di 8 anni, ha vissuto l’approfondirsi del mio pensiero contro-corrente. Era talmente combattuto che, qualche mese fa, mi ha chiesto: “Mamma, ma chi ha ragione su questa storia del corona virus, perché pensano che dobbiamo metterci sempre le mascherine?” Ho iniziato a raccontargli la storia dei cinque ciechi indiani, augurandomi che, anche questo periodo, sia solo un altro giro di giostra:

“Il primo cieco si avvicina all’animale e gli tocca le gambe: «L’elefante è come un tempio e queste son le sue colonne», dice. Il secondo tocca la proboscide e dice che l’elefante è come un serpente. Il terzo cieco tocca la pancia del pachiderma e sostiene che l’elefante è come una montagna. Il quarto tocca un orecchie e dice che l’elefante è come un ventaglio. L’ultimo cieco, annaspando, prede in mano la coda e dice: «L’elefante è come una frusta!»
Ogni definizione ha qualcosa di giusto, ma l’elefante non viene mai fuori per quel che è davvero.”

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