Non so di preciso quando tutto questo sia cominciato, non lo ricordo più. Tre o quattro settimane fa, forse. Era ancora inverno pieno. La scuola dal computer è diventata una tale costante da essere oramai quasi certa che, se in una verifica d’inglese venisse chiesto ai miei figli di tradurre la parola “dad”, loro risponderebbero “didattica a distanza”.

La dad per un bambino di prima elementare scorre più o meno così.
– “Fabio ora puoi cavartela da solo, vado di là a cucinare altrimenti ci mangiamo i quaderni.”
– “Va bene mamma.”
– “Posso andare?”
– “Sì, vai pure mamma.”
Nemmeno il tempo di fare un passo dentro la cucina che sento gridare:
– “Mammaaa, vieniii.”
– “Cosa c’è?”
– “Che fotocopia devo prendere?”
– “Ma lo saprai tu, no? Hai ascoltato la maestra?”
– “Sì che l’ho ascoltata ma non la trovo.”
Ritorno alla scrivania, cerco nella cartellina rossa: – “Questa, tieni, ha detto quella con il pulcino, è questa!”
– “Grazie mamma bacino.”
– “Bacino, ok, posso andare?”
– “Sì, vai pure mammina.”
Il tempo di un respiro poi, nuovamente: – “Mammaaa vieniii!”
– “Cosa c’è ancora?!”
– “Mi è caduta la matita!”
– “Ma raccoglila tu, no!”
– “Non posso! Poi non sento la lezione.”
Ok Ester, om, om, om, la Franzoni è crollata per molto meno, tu ce la puoi fare. Ce la puoi fare.

didattica a distanza

Faccio dunque ritorno alla scrivania. Inaspettatamente, accade una scena epica. La maestra aveva da poco scritto un paio di righe alla lavagna e le stava cancellando ancor prima che i bambini fossero riusciti a trascriverle sui loro quaderni. Dovete sapere che andare a scuola, anche a distanza, è una vera e propria corsa al tempo: ogni mattina un bambino si sveglia e sa che dovrà scrivere più veloce della maestra o rimarrà abissalmente indietro. In un momento di raro silenzio, arriva la voce di un bambino che, ahimè, non s’era accorto di aver lasciato il microfono acceso: – “Maestra ma sei stronza!”
Scuoto la testa, strabuzzo gli occhi. Mi sembrava talmente surreale che un individuo di sei anni fosse capace di una tal veemenza di linguaggio. Praticamente un adolescente.
– “Fabio, ma ho sentito bene?”
– “Sì mamma, ha detto una parolaccia alla maestra.”
– “Ma… ma è normale?”
Nel frattempo, nell’inquadratura si vedeva il bambino che, accortosi del misfatto compiuto, continuava a voltarsi a destra e a sinistra nella speranza di ricevere la protezione di un qualche genitore. La maestra invece aveva deciso di sorvolare l’accaduto.
– “No, mamma non si dicono nemmeno se hai il microfono spento”. Bene dai, almeno questo.

Finita la scuola, nel pomeriggio avevo bisogno di uscire per fare una commissione e ho chiesto a Fabio di continuare a scrivere le lettere in corsivo sul quaderno di italiano. Al rientro, mi accorgo che l’unica azione da lui compiuta durante la mia assenza era stata quella di portare la merenda davanti alla televisione.
– “Mi spieghi perché non hai fatto i compiti come ti avevo chiesto?”
– “Io volevo farli, poi è venuto un colpo di vento che mi ha chiuso il quaderno e non sono più riuscito a trovare la pagina!”
– “Un colpo di vento, dici?”
– “Sì! Mi ha chiuso il quaderno, guarda!”
– “In casa?”
– “Ecco, tu non mi credi!”, esclama offeso mentre fugge a chiudersi in camera.
In pratica, a soli sei anni, Fabio ha già capito che, nel dire una scusa, conta più la convinzione del contenuto. In pratica, a soli sei anni, Fabio mi dà lezioni di vita.

didattica a distanza

Arriva quindi l’ora di cena. Mi metto a cucinare con così poca voglia che se ne accorgono persino le ali di pollo finite in padella. Ci sediamo a tavola dove Claudio inizia a osservare con aria dubbiosa il suo pezzo di carne.
– “Se la apri sembra un braccio. Ma, se fosse stato vivo e lo tiravi così, gli avresti fatto male?”
– “Eh sì.”
– “Mamma”, interviene Fabio, “Guarda qui, il pollo ha un tubo.”
– “Un tubo?”
– “Sì, sai quei tubi che portano il sangue per tutto il corpo?”
– “Ah, una vena!”
– “Una vena. Come noi che c’abbiamo tutti i tubi con il sangue. Ma la posso mangiare?”
– “Certo che puoi.”
– “Però è poverino questo pollo.”
– “Ragazzi! Non è che vi sta nascendo la coscienza vegana?”
– “No, io vegetariano! Mi piace troppo il miele”, precisa Claudio.
– “Davvero, mi state facendo passare la voglia di mangiare la carne. La riesco a mangiare dal momento che ignoro completamente che un tempo era un animale vivo”.
– “Anche a me mi sta passando.”
– “Mamma, però che poverini gli animali. A me piace la carne ma mi dispiace che non possano vivere. Dobbiamo mangiarli solo se muoiono perché sono vecchi”.
– “Ehm… Non succede proprio così.”
– “Posso mangiare una fetta di torta?”
– “Va bene dai.”

Questo fine settimana Fabio dovrà imparare a memoria una filastrocca, “La tribù degli indiani cucù”, dedicata alle paroline capricciose. Quando la maestra ha annunciato il compito, volevo morire. Poi mi viene un’idea e trascrivo su un foglio di carta volante l’intera poesia in modo che possa portarsela dietro. Ovunque. Forza e coraggio, la sta imparando.

bambino studia

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