Tra gli autori da segnalare, c’è sicuramente il romano Daniele Movarelli, caratterizzato da uno stile narrativo vivace e arguto nel raccontare in maniera inedita, ai piccoli e giovani lettori, aspetti sociali e filosofici. Si descrive “un uomo di poche parole” ma se leggete qui sotto scoprirete che, attraverso i suoi personaggi, di cose da dire ne ha davvero parecchie.

“Il signor Fortunato”, Daniele Movarelli, Alice Coppini, Edt-Giralangolo 2018

Era proprio fortunato il Signor Fortunato! Aveva tutto ciò che l’inimmaginabile potesse pensare. Nella sua maestosa casa c’erano opere d’arte, mobili di valore, zoo, orchestre sinfoniche, impianti sciistici e persino una brulicante giungla in soffitta! Possedeva talmente tante cose che a farne un elenco ci vorrebbe un’intera vita. Era così fiero dei suoi possedimenti e così convinto che tutte quelle cose gli portassero fortuna. Poi un giorno (uno di quei giorni qualunque) mentre era lontano da casa, il vento gli fece volare via il cappello dalla testa. Fortunato corse a perdifiato per riprenderselo ma si perse e si addormentò sul prato. Il risveglio fu a dir poco sorprendente: sulla schiena gli era spuntato un gigantesco guscio di lumaca. Con l’enorme protuberanza non riuscì ad entrare nell’auto, quindi si mise lentamente in cammino verso casa. Arrivato alla sua dimora si accorse di non riuscire nemmeno a passare dalle porte e dalle finestre. In questa condizione non poté più raggiungere quelle cose che tanto amava.
Così si sedette su una panchina e si mise ad osservare. Fu in quell’attimo che si accorse delle persone e della vita. Iniziò a piovere e la gente a scappare via. Il Signor Fortunato, senza quasi pensarci, si ritirò dentro al guscio. Comprese che lì c’era tutto ciò di cui avesse realmente bisogno: se stesso.

Chissà quanti Signor Fortunato esistono al mondo! Ho avuto il piacere di parlare con Daniele Movarelli, l’autore del libro, già precedentemente apprezzato con l’albo “Quellilà” (che si è aggiudicato un posto stabile tra i libri preferiti dai miei figli) . Quella che doveva essere un’intervista si è poi trasformata in uno scambio di suggestioni intorno al protagonista e alla sua buffa vicenda. Il racconto di Daniele Movarelli descrive fondamentalmente il rapporto tra l’uomo e le cose materiali. “Il Signor Fortunato” è una figura ricorrente in ambito narrativo. É l’immagine di un uomo attempato, dall’aspetto vintage, straordinariamente ricco, che col tempo ha perso il valore delle cose. Un archètipo già noto, spiega l’autore. Fortunato vanta già alcuni accostamenti a personaggi del calibro di Charles Foster Kane (Orson Welles, “Quarto potere”) e Gregor Samsa (Franz Kafka, “La metamorfosi”). Il primo lo ricorda per la ricchezza e l’immensa dimora, il secondo invece per lo stesso inaspettato risveglio. Ma diversamente da questi, l’autore, che ha in mente la storia già da alcuni anni, vuole dare al suo personaggio una connotazione positiva. Un racconto spensierato e fanciullesco che avvicina il giovane lettore al concetto di felicità e di essenzialità.

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Un messaggio tanto importante quanto complesso da sviluppare, soprattutto se si considera il limite di pagine previsto per un illustrato. Ed è proprio la svolta, l’effetto “wow”, il risveglio lumachesco, ad agevolare l’obiettivo di racchiudere in un racconto per bambini un concetto tanto ampio. Il ritmo narrativo è valorizzato dalle tavole di Alice Coppini giovane illustratrice di Novara. I suoi disegni, oltre ad aggiungere humor alla sceneggiatura, donano ai lettori alcune “preziose” citazioni artistiche: la Nike di Samotracia, La Guernica di Picasso, la Venere di Botticelli e altre ancora da scovare tra le pagine. I due autori sviluppano in maniera comica, dinamica e mai drammatica una storia sul senso della vita. Il Signor Fortunato fa quasi tenerezza. Accumula il bello, gli piace il bello ma quando è solo con se stesso dentro la chiocciola, si addormenta con la serenità e il sorriso beato di un piccolo fanciullo.

“Quellilà”, Daniele Movarelli, Michele Rocchetti, EDT-Giralangolo 2017

L’anziano Marricordo era l’unico che, anni addietro, avesse incontrato i misteriosi Quellilà. Al di fuori di lui nessun altro sapeva come fossero fatti. Si mormorava avessero un terribile aspetto e un’indole cattiva. Purtroppo le sole fonti di queste diffuse opinioni erano i confusi ricordi del vecchio saggio, uniti alla fantasia della gente. Nessuno era mai andato dall’altra parte per scoprire chi fossero realmente i tanto temuti Quellilà. Quando iniziò a circolare la notizia che i Quellilà erano in procinto di attaccare la città, il re ordinò di aumentare le difese alle mura di cinta. Una lunga notte trascorse ma dei Quellilà non se ne vide nemmeno l’ombra.

Nei giorni seguenti i mormorii su improbabili attacchi alla città si fecero sempre più intensi e fantasiosi. Fu paventato un attacco dall’alto, così, sotto imposizione del re, i cittadini raccolsero tutti i loro oggetti per erigere un’altissima torre. La popolazione attese lungamente, arrampicata sulla torre, fino a quando, finalmente, qualcuno scorse qualcosa. C’era, dall’altra parte, un’altra torre, fatta anch’essa di cumuli di cianfrusaglie. Sopra di questa si trovavano i tanto temuti Quellilà e fu così che scoprirono che si trattasse di persone identiche a loro.


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Il piccolo lettore lo sente subito: ha davanti un racconto misterioso e spaventoso. In effetti questo è stato a lungo uno dei racconti illustrati preferiti dai miei figli. La narrazione inizia già nella copertina dove, dallo sfondo nero, emergono due grandi occhi che guardano con sospetto intorno a loro. Sopra questi, echeggia un’unica parola, Quellilà, coniata per esprimere – con sorprendente efficacia – i sentimenti legati al fuorviante pregiudizio. Si tratta di quelle credenze che portano a produrre meccanismi di diffidenza verso il prossimo, ad annullare la conoscenza reciproca e la possibilità di costruire un vicendevole dialogo.

Una storia davvero originale, scritta dal blogger Daniele Movarelli, che affronta un argomento sempre più importante. I dialoghi affiancano una serie di scene enigmatiche e conducono il giovane lettore alla base dei discorsi sull’alterità. L’invito è esplicito: solo la disponibilità a conoscere l’altro può liberare la mente dalle credenze e dagli stereotipi. “Quellilà” è una lettura sottilmente ironica che offre la possibilità di aprirsi a una visione più profonda della realtà e a una maggiore tolleranza verso il prossimo. Un’abitudine al dialogo che porta a scoprire come, i Quellilà, non siano poi così diversi da noi, i – potremmo dire – Questiqua.

Le illustrazioni di Michele Rocchetti ripercorrono il racconto in maniera figurata, lasciando spazio all’immaginario e alle sensazioni che la narrazione produce nel piccolo lettore. Alcune immagini incuriosiscono particolarmente il bambino che esprimerà il suo desiderio di poterle rivedere ancora. In particolare, la rappresentazione – immaginata e in ombra – dei Quellilà come dei terribili mostri, accompagnata dalla loro descrizione testuale.

«Marricordo diceva che avessero un milione di denti, una pancia enorme e le gambe corte. – Sono pelosissimi hanno le orecchie a punta e pattini a rotelle al posto dei piedi».

quellilà vitazerotre

 

 

«Quand il n’y a pas de différences visibles, on les invente.»* (D. Schnapper, S. Allemand, Questionner le racisme).

«Quando non ci sono differenze visibili, le si inventano.»