Secondo voi qual è la maggiore causa dello stress genitoriale (e di chi si occupa di bambini piccoli)? Negli anni mi sono convinta che molta della fatica sia correlabile alla fretta. Il ritmo delle nostre vite è, per gran parte, scandito dall’esterno, dalle richieste della società in cui viviamo e dalla necessità di adattarsi a queste. Il rischio è quello di dimenticarsi in toto dei ritmi naturali, che, se riscoperti, riportano immediatamente a uno stato di benessere. Un lieto senso di pace dell’anima. Non sempre siamo sufficientemente consapevoli di quanto questo vortice comandato dal fare e dalla fretta travolga anche l’esperienza dei bambini.

Non c’è tempo

Sbrigati, muoviti, non c’è tempo, dai su, andiamo, mi fai fare tardi, presto, fai in fretta. Quante di queste parole avete pronunciato da quando siete genitori? Io credo di averle dette tutte! Premetto, non voglio demonizzare ogni sollecitazione al “darsi una mossa” ma, semplicemente, vorrei porre una riflessione su quanto il vivere sempre di corsa possa essere dannoso al nostro benessere e, soprattutto, a quello dei bambini che, volenti o nolenti, si trovano a correre insieme a noi.

Non solamente i genitori hanno premura di far presto. L’abitudine alla corsa può toccare anche le giornate nelle strutture dell’infanzia. Pensate, ad esempio, al tempo a disposizione che ha un gruppo di bambini per utilizzare il bagno prima di doverlo lasciare al gruppo successivo e poi arrivare tutti a sedersi a tavola per il pranzo nell’orario stabilito. In questo caso l’ambiente e l’organizzazione influisce notevolmente sulla possibilità di vivere un tempo lento con i bambini e, non meno importante, di diminuire lo stress del personale educativo. Così a scuola, dove sono soprattutto le sollecitazioni a concludere i programmi ministeriali a minare il rispetto dei tempi individuali di apprendimento degli alunni.

In proposito esistono due interessanti contributi pedagogici che hanno messo egregiamente in luce quanto sia importante comprendere e accogliere i tempi (lenti) dei bambini. Ho in programma di approfondirli nei prossimi contenuti del blog, successivamente alla documentazione rivolta al gioco montessoriano (su questo, se volete scoprirne un’anteprima seguite il profilo instagram del blog).

Si tratta, in sintesi, del lavoro di Emmi Pikler, medico austriaco e pioniera dello studio dello sviluppo motorio del bambino nei primi anni di vita, soprattutto grazie all’esperienza della casa di Lóczy (Budapest) di cui era direttrice. Tra i suoi scritti, vi consiglio vivamente la lettura del libro “Datemi tempo. Lo sviluppo autonomo dei movimenti nei primi anni di vita del bambino”. Le ricerche dell’autrice, in contrapposizione con molte pratiche esistenti tuttora e che tendono a voler “insegnare” ai piccoli le naturali tappe dell’evoluzione motoria, mettono in luce l’importanza del rispetto dei tempi di sviluppo spontaneo del bambino.

Sui tempi dell’apprendimento e la vita scolastica, cito invece le fondamentali riflessioni dell’insegnante e scrittore Gianfranco Zavalloni, purtroppo scomparso prematuramente nel 2012 ma che ci ha lasciato una folta eredità di scritti pedagogici. Tra questi, imperdibile è “La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e non violenta”, opera in cui emerge il pensiero innovativo, creativo e autentico dell’autore.

La tartaruga
Da allora in poi
Lascia che a correre pensiamo solo noi
Perché quel giorno, poco più in là
Andando piano lei trovò
La felicità
Un bosco di carote
Un mare di gelato
Che lei correndo troppo non aveva mai guardato
E un biondo tartarugo corazzato
Che ha sposato un mese fa

Bruno Lauzi

Sulla scia di queste importanti riflessioni e sulle notte della canzone “La tartaruga” di Bruno Lauzi, vi parlo ora di due albi illustrati che esprimono la medesima necessità di trovare un equilibrio tra gli impegni quotidiani e il tempo lento.

“Aspetta”, Antoinette Portis, Il Castoro 2015

“Wait” è uno splendido albo formato da scene panoramiche e da una narrazione visiva di grosso impatto. Antoniette Portis, nota autrice di libri per l’infanzia (tra cui il bestseller “Non è una scatola”, definito miglior libro illustrato secondo il New York Times e vincitore del Theodore Seuss Geisel Honor Award), racconta il diverso punto di vista del bambino e dell’adulto, durante un tipico tragitto in città. La postura della mamma è trainante, rivolta in avanti. Il figlio invece fa forza per rallentare, ponendo il corpo nella direzione opposta, ogni volta che è distratto da qualcosa di interessante che appare davanti ai suoi occhi. Il dialogo si esprime attraverso un susseguirsi di “Aspetta” e di “Presto!”, pressoché le uniche parole del testo. L’albo racconta un ritmo quotidiano che accomuna molti di noi e l’improvvisa riscoperta delle bellezze che ci circondano quando, di tanto in tanto, ci fermiamo a guardare il mondo con lo sguardo di un bambino.

“Vorrei un tempo lento lento”, Luigina Del Gobbo, Sophie Fatus, Lapis 2017

Ho scoperto questo libro grazie a una collega che mi stava raccontando di una conversazione avuta con suo figlio e che era nata proprio dalle filastrocche che riempiono il testo. Da quelle parole e dalle suggestioni emerse nelle risposte del bambino, trapelava quanto l’albo fosse speciale. L’autrice delle rime è Luigina del Gobbo, insegnante e ricercatrice impegnata nella ricerca didattica, le illustrazioni sono invece dell’artista parigina Sophie Fatus. L’albo è stato finalista del Premio Andersen 2015. Un racconto dal lungo sospiro che raccoglie un grande desiderio in tante derivazioni, sempre introdotte dal condizionale “Vorrei”.

Il tempo desiderato dal bambino è lento, è attorno, è lungo, è allegro, è mio, è zitto, è utile, è vuoto, è antico, è stanco, è tondo, è libero, è magico, è morbido, è giusto, è dolce. Scorre in questo avvicendarsi di poesie fino all’ultima strofa nella quale l’autrice rilancia la riflessione al lettore: “Cosa vorresti tu?”