Se sei arrivato qui, probabilmente sei anche tu un produttore seriale di idee. Tranquillo, tranquilla, non è nulla di grave. Certo, meglio esserne consapevoli. Ho coniato questa definizione per spiegare a me stessa il motivo per cui la mente continuasse a formulare costantemente nuovi progetti, il perché ogni idea apparisse sempre così fantastica, gloriosa e irrinunciabile e la ragione per cui il non riuscire a portare a termine i vari propositi, diventasse, a lungo andare, decisamente frustante.

Percorro molti chilometri in auto per raggiungere il mio posto di lavoro. A seconda degli orari mi capita di viaggiare su strade parecchio trafficate. Accendo la radio per far passare più velocemente l’agonia del tragitto. La voce degli speaker rimane da sottofondo ai pensieri che, intanto iniziano a riempire i percorsi della mente. Oltre alla sfera privata, si fa largo la mole di idee legate alla parte creativa, alla voglia di realizzare uno o più progetti personali e ad arrivare anche a lasciare quell’impiego, stabile, sicuro, quotidiano ma di cui non ci si sente più completamente parte.

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Sono molte le persone concretamente alla ricerca di alternative al lavoro tradizionalmente concepito, desiderose di abbracciare nuove modalità per portare a casa un guadagno. Stiamo decisamente intraprendendo una fase di transizione dai modelli economici ai quali eravamo abituati e che ci sono stati tramandati come i più auspicabili e accettabili, ad altri più allineati alle esigenze del singolo. Dal 2020, in particolare, abbiamo compreso quanto le certezze su cui si fondavano le nostre esistenze potessero non trovarsi dentro a quelle che pensavamo essere, metaforicamente, robuste case di mattone. É molto probabile che siano invece sistemate all’interno di capanne di paglia. Il timore è che, quando meno ce lo si aspetta, sopraggiunga un lupo affamato a soffiarci sopra, spazzando via tutto ciò che davamo per assodato, per certo.

Poi c’è la fatica. La fatica non tanto del lavoro forzato (oddio, a volte lo è) ma della dipendenza da qualcun altro, del non sentirsi liberi del proprio tempo, del fatto di dover chiedere l’autorizzazione per potersi assentare, per uscire prima, per andare dal medico, per trascorrere un periodo di ferie. Mi chiedo cosa sia cambiato da quando a scuola chiedevamo il permesso all’insegnante per poter andare in bagno. La fatica di rimanere sempre allo stesso livello professionale e di crescita personale, di dover convivere con persone, i colleghi, che non abbiamo scelto ma con i quali il bisogno di lavorare ci costringe alla relazione continua. La fatica di fare sempre le stesse cose, di non guadagnare di più nemmeno quando l’aumento del costo della vita cresce a dismisura, di rimanere costantemente lì, dove siamo stati messi il primo giorno di lavoro.

Davanti questo senso di disgregazione dell’autorealizzazione personale qualcuno inizia a mettere in discussione il proprio percorso. Prende il via un processo di produzione di idee, incessante, fuorviante ma che serve per compiere il primo passo utile a disincastrarsi da un sistema che sembra volerci profondamente inghiottire nelle sue dinamiche.

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Ancora prima delle idee arrivano le grandi domande. Comincia un percorso che ispira la ricerca di se stessi e del proprio angolo di felicità. Iniziamo a investigare sul senso del nostro esistere sulla terra e arriviamo all’idea che non può di certo ridursi all’impegno di timbrare ogni giorno il cartellino per garantirsi uno stipendio con cui pagare spese su spese.

Diventiamo consapevoli che ciò che stiamo vivendo non è poi quello che desideriamo realmente. Per questo, diventa sempre più difficile scendere a compromessi. Quei compromessi che ci eravamo dati quando abbiamo accettato d’indossare un abito che ora sentiamo starci stretto. Sono all’incirca questi:

  • Lo stipendio che mi danno è dignitoso.
  • Con il contratto posso ottenere un mutuo.
  • La mia famiglia sarà soddisfatta di me.
  • Non tutti gli aspetti del lavoro mi appassionano ma alla fine riesco a svolgerlo bene.
  • Mi dà abbastanza sicurezza per mettere su famiglia.
  • In fondo ho qualche settimana di pausa all’anno.

“Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici.”

Guillaume Apollinaire

Tutto ti sta bene proprio così com’è. E non c’è nemmeno nulla di sbagliato, anzi. C’è chi vive felice nella routine, tra le certezze consolidate, nella sua zona confort. Ma c’è anche chi di sveglia un mattino e sente che non ha più voglia, che gli pesa fare il tragitto. Gli pesa il tempo al lavoro che sembra non scorrere mai, gli pesa il fatto di spendere più energie del dovuto per quell’attività, gli pesano anche le criticità, i pettegolezzi, le lamentele che non risolvono mai nulla. L’unica cosa che non gli pesa è lo stipendio al 27 del mese. Tutto qui? Ne vale davvero la pena? É davvero l’unico modo che esiste per vivere?

No, non lo è. Ma la questione non si risolverebbe semplicemente cambiando lavoro (per quanto non sia nemmeno semplice trovarne un altro). Le dinamiche rimarrebbero comunque le stesse e si finirebbe al punto di partenza, come quando si perde al Monopoli. Si tratta, piuttosto, di approfondire le reali esigenze personali, affrontando, noi per noi stessi, la nostra interiorità attraverso un ascolto sincero e non giudicante. Quindi, arriva la prima domanda fondamentale. Che cos’è realmente ciò che voglio per me?

  • Più libertà nella gestione del tempo.
  • Un guadagno maggiore.
  • Svolgere un’attività che mi soddisfi davvero.
  • Vivere in un luogo più sano, più naturalistico.
  • Avere più tempo da dedicare alla famiglia, a me, al benessere.
  • Sentirmi libero, padrone del mio percorso.

S’inizia a pianificare un nuovo mestiere, diverso, fuori dagli standard, potenzialmente più vicino ai propri sogni. C’è chi trova il coraggio di intraprendere in proprio l’attività desiderata, di viaggiare e lavorare on the road come nomade digitale o simili, di diventare consulente nella materia in cui è esperto.

C’è chi, anche, apre un blog.

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